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La denuncia del giovane malato di sla di Ales: "Di nuovo senza materiale sanitario"


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Storia

ALES, borgo della Sardegna, capo-luogo di distretto della provincia di Busachi, che comprende Assòlo, Bànari, Cèpara, Curcùris, Escovèdu, Figu, Gonnosnoo, Mogorella, Masullas, Morgongiòri, Pau, Pompu, Simala, Siris, Sersèla, che al presente trovasi spopolato. Apparteneva all’antico dipartimento di Usellis del giudicato di Arborèa. È situato nella falda orientale del monte Arci, distante da Busachi 24 miglia, e da Usellus, antico capo-luogo del dipartimento, e già colonia dei romani, miglia 2 1/2, ambo verso tramontana. Estendesi in lungo quasi un miglio.

Vi sono da 280 case; le vie sono senza selciato o lastrico, polverose in estate, quanto fangose in inverno. Non vi è alcun palazzo rimarchevole, nè pur l’episcopio, che è una casa a pian terreno di poca comodità, e indegna di alloggiare un personaggio di alto grado.

Nel sito detto Padru-maggiori verso scirocco si suol fare la passeggiata pubblica, quando il tempo è sereno.

Quivi la terra stendesi in continuo piano, mentre ad ogni altra parte è solcata da molte vallette tortuose. Il clima è temperato solo in primavera, cocente poi nell’estate, e freddumido nell’inverno. Non è raro che si addensino le tempeste sul vicino monte, e precipiti la grandine tra orribili tuoni e fulmini. I venti pure si fanno con frequenza sentire, e qualche volta con velocissimo flusso.

Per la situazione soggiace spesso il paese alle pioggie ed alle nevi, che però poco durano. La nebbia vi domina in tutti i tempi dell’anno, ed è sempre esiziale. Il paese, cui fanno corona cinque eminenze o piccoli colli, risentesi di molta umidità, cui aumenta un ruscello che viene dalla montagna. Il vento che più vi signoreggia è il scirocco. L’aria è infamata meritatamente come una delle più insalubri. Quindi più che i raffreddori, catarri e punte dominano le febbri intermittenti, e più spesso le perniciose.

A questi mali si aggiugne, che i poveri paesani, in mancanza di buon medico, devono, dopo tentati i soliti rimedi della più semplice flebotomia, abbandonarsi all’operazione della natura col semplice soccorso del-l’acqua di qualche salubre sorgente della montagna, che adoprasi come un possente febbrifugo, e specifico universale per ogni infermità; la qual condotta, a dir vero, giova più, che operare secondo le prescrizioni di certuni, che senza teorica e senza pratica la voglion fare da chirurghi e medici con gravissimo danno della popolazione.

Pochi sono che esercitino le arti più necessarie agli usi della vita: vi è molta oziosità, e piace piuttosto mendicare, che procacciarsi coi propri sudori la sussistenza. Le donne, come in ogni altro paese, attendono ai telai, il cui numero non avanza di molto li 200.

Vi è un consiglio di comunità, una giunta diocesana sopra li Monti di soccorso di tutta la diocesi usellense; una scuola normale benissimo regolata, il cui maestro, per decreto del magistrato sopra gli studi dell’università di Cagliari, tiene commessa la surveglianza sopra tutte le altre scuole normali della diocesi; il che è stato fatto con ottimo consiglio. Inoltre vi sono le scuole vescovili fornite di idonei precettori per ogni classe, dalla grammatica infima fino alla teologia morale. Il numero dei fanciulli e giovani studenti, compresivi pure i cherici, ascende a 200 circa.

Essendo Ales capo-luogo ancora di dipartimento ecclesiastico, tiene il seminario tridentino; ma per le angustie del locale, e per la scarsezza del reddito non può tenere e alimentare più di undici allievi, oltre il preside, l’economo, il direttore spirituale, il maestro di canto-fermo, e quattro ripetitori per l’insegnamento dei giovani. Migliorerà però senza dubbio questo stabilimento, dopo che monsignor D. Antonio Raimondo Tore ha con regio assenso ottenuto dal pontefice un aumento di rendite nella fattasi applicazione per un decennio dei frutti decimali della rettoria di Gonnos-Codina, e di alcuni legati pii.

Quel che vi abbia di meglio in questo borgo si è la chiesa cattedrale e insieme parrocchiale, la quale, avvegnachè di piccole dimensioni, tienesi giustamente per una delle più belle chiese del regno. È dedicata all’apostolo s. Pietro. L’epoca della traslazione della cattedra vescovile da Uselli in questo paese si riferisce a tempi prima dell’anno 1182, trovandosi, come ne assicura il Mattei, in un diploma di Barisone giudice e re di Arborèa fatta menzione d’un tal Comitano vescovo alense. Caduta la vecchia cattedrale ai 28 giugno, hanno incerto, ma però verso la fine del secolo XVI, venne riedificata nella bella forma, in cui si ammira, con le pie obblazioni di tutta la diocesi sotto gli auspizi di monsignor Didaco Cugia nell’anno 1686. L’architetto fu Salvatore Spotorno, oriundo del genovesato.

È formata in crociere, l’ordine è toscano; ammira-si la proporzione, massime nei cappelloni, e nella elevazione della cupola. L’altar maggiore, il presbiterio e balaustrata, tutto è di fino marmo lavorato con bel-l’arte, come egualmente lo sono gli altari delle quattro minori cappelle, il pulpito, e fonte battesimale, opere di Pietro Puzzu e figli, artisti cagliaritani. I seggi corali sono di scelto noce carico d’intagliature, come lo è pure l’apparatojo della sagrestia canonicale.

Al di fuori, nella facciata della chiesa, vi è una spaziosa galleria; la quale, come serve di ornamento, così è opportuna per la comunicazione fra i due campanili, che stanno molto ben collocati. Quivi è un gran piazzale cinto di muraglie, dove è l’ordinaria passeggiata in tutte le stagioni. Quanto trovasi di prezioso in questa chiesa, tutto ebbesi dagli spogli dei vescovi defunti, come pure dalla liberalità dei tre vescovi Sanna, Carcassòna, e Pilo. Nei sacri arredi, per essere la sagrestia scarsa di proventi, vi è appena un decente fornimento per il pontificale d’un vescovo, o per altra qualunque solenne funzione, tanto in paramenti, quanto in argenteria, il cui valore potrà di poco sorpassare la somma di lire sarde 11750 (fr. 22550).

Il capitolo è composto di dodici canonici prebendati, di altri otto di gius-patronato, inoltre di dodici beneficiati con beneficio semplice.

Sonovi altre tre piccole chiese, cioè l’oratorio della confraternita del santissimo Rosario, la chiesetta di san Sebastiano, il quale hanno per patrono i vari collegi degli artigiani di tutta la diocesi; ed altra sotto l’invocazione di santa Maria, situata nel confine del paese su di un piccol rialto verso maestro, la quale è tradizione fosse l’antica parrocchiale. La festa, che vi si fa addì 8 settembre, è accompagnata da pubblici divertimenti, e spettacolo di corsa di cavalli.

Il numero delle famiglie che abitano in questo paese è di 290, quello delle anime di 1135. Per l’ordinario si sogliono celebrare all’anno circa 12 matrimoni, nascono 45, muojono 25, e pare che il corso generale della vita sia limitato ai 50. Si sa il tempo, in cui principiò la presente popolazione.

Verso il 1580 Ales era una solitudine, nè altro eravi che la cattedrale, dove dai villaggi vicini si portavano i canonici e beneficiati per ufficiarvi. Questo incomodo, che era insopportabile come nell’inverno, così nella estate, fece che a poco a poco i canonici e beneficiati cominciassero a fabbricarvi delle abitazioni, e vi si trasferisse anche il vescovo. La gente di servizio che coi medesimi andò crescendo sino a quel numero, cui oggi è giunta la popolazione.

Vestono gli alesi non diversamente dai campidanesi del dipartimento di Cagliari, e circonvicini. I vedovi vestono sempre il duolo sino alla morte, o a nuovo matrimonio; i celibi l’osservano per un anno nella morte dei prossimiori, tenendosi in un rigoroso ritiro.

I soliti divertimenti sono il ballo, il canto, i giuochi di carte, e il palo.

Agricoltura. La forma del territorio di dotazione di questo paese è assai irregolare; non ostante la sua superficie si può calcolare a 40 miglia qu.; l’abitato è in una estremità del medesimo vicino al villaggio di Cèpara, ch’è distante meno d’un miglio.

La maggior parte dell’alese è atto al seminario, specialmente del grano e delle fave; il restante fruttifica più seminato ad orzo, o a ceci. Si semina ordinariamente di grano starelli cagl. 400 (litr. 15680), di fave 100 (litr. 4920), d’orzo 150 (litr. 7380), di ceci 10 (litr. 492). Fatto un calcolo in un decennio, il grano e le fave danno in ragione di 6 a 1; l’orzo di 7; i ceci di 5 a 1.

La vite alligna da per tutto, e perciò si coltiva da molti. Le vigne sono bene ordinate, composte di uve di varie e delicate qualità; il vino, sì nero, che bianco, riesce generoso, grato al palato, e confacente allo stomaco; quindi si suol vendere ad alto prezzo.

Le piante fruttifere sono susini e peri di molte varietà, fichi, mandorli. Gli ulivi vi prosperano, ed apporterebbero non piccol vantaggio, se fossero più industriosi i contadini.

I chiusi occuperanno un quinto di tutto il territorio; la maggior parte è destinata al pascolo: ne’ medesimi rimane ancora qualche annosa quercia, taluna di due in tre metri di circonferenza.

Pastorizia. Il bestiame pascola nei campi e terreni incolti, e nel prato, a riserva delle cavalle e delle capre, che per la maggior parte dell’anno nutronsi in territorio altrui. Il numero delle cavalle arriva a 100, dei buoi a 160, dei tori a 100, delle pecore a 1400, delle capre a 1000, dei porci a 300. Il lucro che si ha dalle cavalle consiste principalmente nel prezzo che si esige pel fitto delle medesime alla tritura dei grani. I tori si vendono per l’agricoltura, gli altri animali si danno al macello.

Piccolo però è il lucro che si ritrae dal formaggio, perchè, sebbene se ne faccia in qualche quantità, pure non si può smerciare che nello stesso paese. Per lo che i proprietari, che non hanno alcun reale vantaggio, lasciano perire le greggie, maggiormente dopo il rincari-mento del sale, il cui prezzo assorbisce la metà del prodotto, giacchè si segue a fare i formaggi salati, come costumavasi farli, quando si vendevano ai napoletani.

A compire la distruzione della pastorizia si aggiugne il gran numero delle pecore e porci, che gli agenti del marchese estorquiscono pel dritto detto di deghino.

Tutto il territorio è formato di rialti e di colli sassosi; tra questi il maggiore è il denominato Conca-màrgini, la cui sommità è centro di un vasto orizzonte meno alla parte di ponente, dove sorge la catena di monte Arci.

Le roccie sono di origine vulcanica; vi si trovano delle belle ossidiane, e non è raro il cristallo di rocca.

La montagna, sebbene spogliata di alberi, e non più coperta che da piccole macchie per cagione di molti incendi, tuttavia abbonda di cinghiali, cervi, e daini, volpi, lepri, conigli, e martore. Il cacciatore vi ritrova pure in gran numero colombi, pernici, beccaccie, quaglie, merli, tordi, cornacchie, stornelli, passeri; ma già vi stanno sicuri e volatili e fiere, e si propagano in grandissimo numero, dopo la proibizione delle arme.

Acque. Molte sono le sorgenti e nel monte e alle sue radici ad un’ora e mezzo di distanza; però la più frequentata è la detta di Planu-espis di tenue getto, ma nelle malattie, che diconsi di intemperie, molto pregiata. La sua acqua, ben chiusa in caraffe, non presenta alcun sedimento dopo anni.

In distanza poi di mezz’ora dalla cima di Concamàrgini, e presso alle làcane (confini) col morgongiorese trovasi la celebre acqua detta Marzàna, che sorge con continua ebollizione da un fondo sparso di minute arene di color d’oro, la quale fu analizzata da un esperto fisico, e preferita in molte occasioni alla scorza peruviana. La corrente tenuissima che lenta si avanza, dopo breve tratto sparisce, insinuandosi di nuovo nella terra.

Antichità. In non molta distanza da Ales veggonsi le rovine dell’antico castello di Barumèli, in cui sorgevano due torri ottangolari ben costrutte, una delle quali è quasi del tutto atterrata, dell’altra conservasi tuttora intera la parte di levante. Era questo castello sopra un colle isolato, e fino al presente conserva l’antico nome di castello di Barumèli. Dell’antico borgo dello stesso nome non riconoscesi alcun vestigio.

Condizione del popolo. Questo borgo è feudale, ed è uno dei componenti la signoria di Parte-Usellus, anzi è capo-luogo del mandamento, risiedendo in esso la curia baronale, composta da un delegato di giustizia e due scrivani. Appartiene questo feudo al marchese di Quirra, signore spagnuolo. Per li dritti feudali, vedi Parte-Usellus dipart.